I veri fighi digitali

I veri fighi digitali sono i settantenni di oggi.

telephone_siemens_s62Nati nel ’46, subito dopo la guerra: a andar bene da piccoli avevano le scarpe smesse dei fratelli più grandi, a andar male giravano a piedi nudi.

Quando sono nati la televisione non esisteva, e quel poco di sperimentale che era stato fatto fino al ’39 andò perduto sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Il telefono qualcuno ce l’aveva, ma mica neanche tutti, la Telecom era di la da venire, la SIP produceva elettricità e per avere un apparecchio telefonico a casa, in Lombardia ci si rivolgeva alla STIPEL.

Quando compiono vent’anni è tutto un fermento di innovazione e di benessere, i telefoni di casa si diffondono, le TV non sono più soltanto nei bar o nei locali pubblici ma la gente inizia ad averle in casa, nascono le prime televisioni “private” (o commerciali come si direbbe oggi). Le auto non sono più solo per ricchi.

Dopo altri vent’anni, ormai genitori, spuntano i computer, i telefoni portatili esistono ma questi si , sono una roba da ricchi: solo nei film di 007 ci sono telefoni sulle auto. La televisione è ormai diffusa in quasi tutte le case.nonne

Oggi questi stessi signori li incontri nelle sale d’attesa, dal medico, in posta, che tirano fuori il loro smartphone e iniziano a chattare su Whatsapp, magari col figlio che scrive loro che i nipoti li porta alle due invece che alle quattro.

In 40 anni hanno visto la loro vita trasformarsi: i viaggi farsi più brevi, le distanze annullate, le videochiamate, che erano roba da Star Trek, diventare pane quotidiano per vedere la nipote che vive in Finlandia o l’amico in vacanza a New York. E sono lì, col loro indice impacciato a digitare su una tastiera senza tasti (ormai è tutto touch!) messaggi alla moglie per decidere il pranzo e “ti serve qualcosa in farmacia”, magari derisi dal quindicenne a caccia di Pokémon.

Ma i veri fighi sono loro, sopravvissuti a un cambiamento davvero epocale, e scagliati nel mondo digitale. Loro che quando son nati manco sapevano di essere analogici…

[NFL] Numero di giocatori NFL per ogni stato in base alla High School di provenienza

La Florida produce più giocatori NFL che gli ultimi 24 stati messi insieme, stando al riassunto dei roster del primo weekend NFL.

Quando si tratta di sfornare talenti NFL dalla High School, tra gli stati più prolifici ci sono Florida, California e Texas poi tutti gli altri ben distanziati.

I dati aggiornati dei roster di NFL.com mostrano che questi tre stati hanno messo in campo 673 giocatori nella settimana di apertura del campionato NFL.
In testa la Florida con 239, che è più della somma degli ultimi 24 stati di questa strana classifica (che trovate in fondo a questo articolo).

Non si parla solo di quantità nello stato delle Everglades, dato che nove All-Pros del 2015 sono di nuovo in campo quest’anno – Geno Atkins, Antonio Brown,
Patrick DiMarco, Devonta Freeman, Kahlil Mack, Brandon Marshall, Reggie Nelson, Patrick Peterson and Josh Sitton – tutti provenienti da high school della Florida.

California (220), Texas (214) e Georgia (119) sono gli unici altri stati a piazzare più di 100 giocatori in campo nella prima settimana.

Di seguito la classifica al completo:
239 – Florida
220 – California
214 – Texas
119 – Georgia
94 – Ohio
68 – Alabama
68 – Pennsylvania
62 – Louisiana
60 – North Carolina
58 – New Jersey
57 – South Carolina
50 – Virginia
49 – Michigan
46 – Illinois
39 – Maryland
33 – Missouri
32 – New York
34 – Tennessee
33 – Mississippi
29 – Arizona
28 – Wisconsin
26 – Provenienza da fuori degli Stati Uniti
22 – Washington
20 – Minnesota
18 – Indiana
18 – Oklahoma
17 – Connecticut
16 – Utah
16 – Colorado
16 – Oregon
15 – Kansas
14 – Arkansas
14 – Iowa
14 – Kentucky
13 – Nebraska
11 – Nevada
11 – Hawaii
10 – District of Columbia
8 – Massachusetts
7 – Montana
7 – Delaware
5 – Idaho
4 – New Mexico
3 – North Dakota
3 – South Dakota
2 – West Virginia
2 – New Hampshire
1 – Rhode Island
1 – Wyoming
0 – Alaska, Maine

Liberamente tradotto da:

Facebook e Whatsapp: l’inizio della “cooperazione”

iconsAlzi la mano chi non usa Whatsapp sul cellulare! Dal gennaio 2016, quando anche il piccolo obolo annuale (1 euro e qualchecosa) è stato tolto, la base di utenti assidui di Whatsapp è anche aumentata (oggi Whatsapp dichiara di avere oltre un miliardo di utenti attivi).

Nel 2014 Facebook ha “comprato” Whatsapp ed ha assicurato che le due piattaforme sarebbero rimaste scollegate.
Oggi invece non lo sono più: da agosto 2016 più o meno per tutti sono cambiate le condizioni di utilizzo del servizio (alzi la mano chi le ha lette prima di accettarle) che prevedono lo scambio dati tra Facebook e Whatsapp.

In concreto, il social network da 1,7 miliardi di utenti potrà attingere (anche) a questi dati per inviarci messaggi pubblicitari sempre più mirati o per consigliarci potenziali amici da aggiungere alla nostra lista. Potrà capitare di vedere fra i suggerimenti di Facebook il nome e il volto di una persona con cui si è appena entrati in contatto su WhatsApp. O di imbatterci sul social network nella pubblicità di un’azienda che conosce il nostro numero di telefono. O di trovarsi il faccione di un collega antipatico tra i “potresti conoscere” solo perchè abbiamo il numero memorizzato il rubrica.

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Andamento del numero degli utenti attivi di Whatsapp (in milioni) – Aprile 2013 – Febbraio 2016

Il fine di questo scambio di informazioni è duplice: da un lato la profilazione a beneficio della personalizzazione della pubblicità su Facebook e un generico “miglioramento dei servizi”.
Per questo fantomatico “miglioramento” non c’è nulla da fare, piaccia o no le due applicazioni condivideranno le informazioni.
PWA_OptOuter il primo, invece, ci si può esplicitamente rifiutare. Quando l’ultima versione dell’app chiede di accettare le nuove condizioni bisogna selezionare “Leggi tutto” e non dare subito il proprio assenso. L’opzione “Condividere le informazioni dell’account WhatsApp con Facebook” va deselezionata e il gioco è fatto. Molto discutibile il fatto che di default questa opzione è attivata. Come dire “non ho letto bene, ma di default ti autorizzo a condividere i miei dati”.
Come si vede nell’immagine, l’app assicura che il numero non verrà condiviso, ma fa riferimento solo a chi utilizza il suo account con un numero diverso da quello con cui lo ha attivato.
Chi, infine, dovesse avere già accettato (quasi tutti, dai, ammettetelo, nessuno legge fino in fondo i termini del servizio) può aoncora intervenire: da Whatsapp andate in Impostazioni -> Account e togliete la spunta a “Condividi le informazioni del mio account”. Ma attenzione questo è possibile solo entro i primi 30 giorni dall'”approvazione” dei termini  di servizio!

L’attivazione della crittografia end-to-end sembrava un passo verso il rafforzamento della privacy degli utenti, e dal punto di vista del contenuto delle conversazioni lo è, visto che con questo tipo di cifratura nemmeno Whatsapp stessa è in grado di leggere quello che passa sui suoi canali. La nuova condivisione dati invece indebolisce la privacy perchè se è vero che il contenuto delle chat rimane privato, i contatti recenti (ma con molta probabilità anche quelli meno recenti) vengono spiattellati a Facebook e alle altre aplicazioni del gruppo di Menlo Park (Instagram e Oculus, per esempio).

Tutto questo movimento non è passato inosservato: il Garante della Privacy ha avviato un istruttoria per conoscere nel dettaglio le modalità di questi scambi dati.

In particolare ha chiesto di conoscere nel dettaglio:

  • la  tipologia di dati che WhatsApp intende mettere a disposizione di Facebook;
  • le modalità per la acquisizione del consenso da parte degli utenti alla comunicazione dei dati;
  • le misure per garantire l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla normativa italiana sulla privacy, considerato che dall’avviso inviato sui singoli device la revoca del consenso e il diritto di opposizione sembrano poter essere esercitati in un arco di tempo limitato.

Il Garante ha chiesto inoltre di chiarire se i dati riferiti agli utenti di WhatsApp, ma non di Facebook, siano anch’essi comunicati alla società di Menlo Park.

La cosa si estende anche a chi a questi servizi non è iscritto. perchè i suoi dati, per il semplice fatto di essere nella rubrica telefonica di un utente Whatsapp, vengono comunicati alle società del gruppo.

La Germania è stata ancora più drastica: ha imposto di interrompere l’attività e cancellare i dati già registrati “da subito” in considerazione del fatto che se Facebook vuole continuare a usare questi dati deve fare ricordo a un tribunale di Amburgo.

Insomma, un banale flag attivato di default sta scatenando un bel putiferio…

[NFL] La squadra del “quasi”

Qualche pensiero sparso sulla NFL da un tifoso dei Miami Dolphins da Dan Marino in poi. 

Queste prime due giornate di regular season stanno mostrando questa faccia dei Delfini: la squadra del “quasi”.
Contro i Pats hanno “quasi” portato a termine la rimonta dal 21-0 del primo tempo.
Dopo aver “eliminato” Garoppolo hanno iniziato la cavalcata con due touchdown su lancio e uno su corsa del rookie Kenyan Drake al suo primo TD in NFL.
Sulle 29 Tannehill ha la giocata della vittoria, ma Mary è in vacanza, si conclude con un lancio corto e Hail Mary rimandato.
A parziale discolpa del numero 17 di Miami c’è la giornata no della difesa, colpevole di aver lasciato in mano ai Patriots un drive da 13 giocate che consuma almeno cinque minuti sull’orologio.
E fa niente se alla fine Gostkowski sbaglia il field goal: la difesa non ha fatto la sua parte.

Domenica scorsa in week 1 stesso copione a Seattle, dove hanno “quasi” portato a casa una vittoria, arrendendosi negli ultimi secondi dopo aver tenuto in scacco i Seahawks per 59 minuti.

In questa situazione c’è un Landry molto “scocciato”, per usare un eufemismo, viste le imprecazioni del dopo partita: “Questa ###### deve finire!”
Anche il cornerback Byron Maxwell non ci sta, “Dobbiamo giocare meglio, e portare a casa una vittoria. Tocca a noi vincere.”

Dopo la sconfitta di ieri siamo a 0-2, niente di irreparabile ma un brutto segnale in una squadra rinnovata soprattutto nel coaching staff.
Coaching staff che ha dato piena fiducia a Tannehill, QB che ha ancora il braccino che trema quando dovrebbe mantenere freddezza e lucidità, specie nel quarto finale di partita.

Chissà che in casa con Cleveland non si cominci a portare il record dalla parte postiva…